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The Open Data Collection for Historical Epidemics and Medieval Diseases

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Ma in detto tempo, l'anno del 1400, fuggi' la morìa all'Antella e murai la casa e puosi vigna, che vi spesi più di f. 500  +
Passò di questa vita il detto Bartolomeo in Furlì a di ***: morì di pistolenza † in pochi dì; soppellissi al luogho de’ frati minori in Furlì, e di poi se ne fé rechare il chorpo suo in Firenze ed è seppellito in Santa Crocie in Firenze cholgli altri anticessori, onorevolemente chome s’usava pe·gli altri. Rimase la donna dopo lui, e vivette vedova cho’ suoi figliuoli in sino alla (p. 197) mortalità del 1400: in quella mortalità si morì e llasciò reda i figliuoli. Credo rimanesse loro di valente, chon quello della madre, fiorini 4000 d’oro. […]  +
Ànne avuti [Chatelana figliuola di Stefano di Vanni Chastellani] per insino a oggi otto o nove figliuoli, ed èssi ischoncia circha di tre volte: la prima volta si schonciò, credo, dal dì la menò a due anni o circha, innuna fanciulla femina; e di poi ne fecie due femine a bene. La prima ebbe nome Bartolomea; e nacque chostei con uno infiato nel chapo, chosì dal lato, era a modo ch’una vescicha, cioè a ttochare: fessi medichare al maestro Franciescho Dal Ponte: e’ la forò in più luoghi, e gittò sangue e puza. E ‘nfine ella non poté reggiere e morissi in pochi dì: riposesi in Santa Crocie. E di poi naque un’altra fanciulla ebbe nome Antonia, e nacque chol medesimo infiato; e questa non si medicò, ma ttenesi chaldo il chapo chon una berretta foderata d’andesia, e ‘nfine e’ gli asolvè lo ’nfiato e guarì bene. Visse chostei sette anni o circha, e di poi si morì di male pestilenziale † nel 1400, di luglio, nel palagio Ispini:riposesi il chorpo suo in Santa Trinita, nella / (c. 48v) sepoltura della famiglia degli Ispini, cioè nell’utima chapella si truova a man mancha ‘andare all’altare maggiore.<br />E questo si fecie per nicistà, chonsiderato ch’egli era la mortalità grande e non si trovava apena chi volesse trarre i chorpi di chasa; e oltre a questo, nonn era in Firenze di noi se non monna Filippa, che chonvenia s’inbochasse nelle chose di bisongnio pe·lle mani d’altri. La terza fanciulla ebbe nel prencipio di quella mortalità, ed ebbe nome Filippa: questa vivette pochi mesi, e inn utimo morì nella detta mortalità prima che ll’Antonia, a Quinto dove era a balia, e ivi nella Chiesa di Quinto fu sepellita. Non abiamo a ffare di più femine memoria: ànne de’ maschi cinque, grazia di Dio vivi. […]  +
Fu in Firenze quest’anno mortalità: morì circha di ventimila boche dentro nella terra, o più. Era Morello podestà di Massa; e cho·llui si stette Alberto e due de’ suoi fanciulli e la donna ed io per insino a dì 7 di giungnio. E di poi andai a Volterra e stetti là 40 dì: vennevi la Chaterina. Di poi vi chominciò la mortalità e tornammo a Settimello, dove era suta grande e ristata ben d’u·mese; e ivi istemmo insino a Ongnisanti, sani, lodato Idi<o>. Morì a Morello due fanciulle, e a mme uno: Idio li benedica! […]<br /> In questa mortalità si fuggì pe·lla maggiore parte de’ fiorentini a Bolongnia, e ivi si criò un trattato, il quale venia chontro a molti grandi cittadini de·rregimento  +
Morìa del 1400<br />Fu in questa state in Firenze, e ancora quasi per tutta Italia una grandissima morìa; e tiensi, e così si fece conto, che nella nostra città di Firenze e nel suo contado, morisse sottosopra il terzo di quelli ch'erano vivi; fuggirono i cittadini il forte a Bologna e a Arezzo e in altri luoghi.  +
Pestis signa quaedam ab initio huius anni terrere homines incoeperant, quae mox per aestatem plurimum desaevivit cum incredibili strage cuiusque sexus atque aetatis. Unicum eius mali remedium in fuga repertum est. Fugerunt itaque cives populariter, Bononiam plurimi demigrantes; et tamen in vacua desertaque urbe supra triginta hominum millia pestis absumpsit.  +
[72] […] Il perché diliberai tornarmi indietro e volentieri, perché malvolentieri, con gran dispiacere, avevo lasciati i miei fratelli e nostre famiglie a Sorbigliano, per cagione della mortalità che era a Firenze. Tornai a Bologna, e scrissi a' miei fratellli che ne venissono con tutte le nostre famiglie a Bologna, e mandai loro cavalli e mulattieri. Vennono in Bologna, e stati circa d'otto dì, tolsi a fitto il palagio e giardino de'Bianchi, di fuori di Bologna circa 2 miglia, e quivi temmo tutti noi fratelli e nostre famiglie, eccetto Piero e sua famiglia, che si rimasono a Montughi. Per la grazia di Dio ci salvammo tutti, eccetto che d'uno figliuolo che mi nacque là, il quale si morì. Trovammoci tra di noi e nostre famiglie e di nostri parenti, che là tornarono con noi a nostre spese, continovo circa 25 persone. Stemmo là circa quatro mesi, e trovammoci avere spesi, riposti a Firenze, fiorini 480 nuovi. E nel detto anno essendo molti Fiorentini fuggiti a Bologna, gl'usciti di Firenze sommossono molti giovani a trattare contro il nostro reggimento; e funne capo Salvestro di messer Rosso de'Ricci. Scopersesi il trattato a Firenze, perché lo rivelò Salvestro di messer Filippo Cavicciuoli; e fu preso Samminiato d'Ugucciozo de'Ricci e fugli tagliata la testa e a uno de'Davizi, e dato bando a molti e a molti perdonato, e chetossi la città.  +
Iam millesimus quadringentesimus erat annus et pestis signa quaedam terrere inceperant, quae paulo post Florentiae desaeviit cum incredibili strage cuiusque sexus atque aetatis. Unicum eius mali remedium in fuga repertum est. Fugerunt itaque cives populariter, Bononiam plurimi demigrantes; et tamen in vacua desertaque urbe supra triginta hominum millia pestis absumpsit.  +
Capitolo IV. — Come grande mortalità fu in Firenze e altrove questo anno. <br /><br />In questo anno fu in Firenze grande mortalità e cominciò del mese d'aprile, come che prima s'era veduti segnali pestilenziosi assai; però che quelli che morivano, tutti aveano aposteme velenose e pestilenziose, e grande paura n'aveano i cittadini. Poi seguitò di maggiore malizia, però che ne moriano per di cento, tutti d'aposteme; e poi di giugno seguitò maggiore però che erano per di nella città dugento corpi e' più; e poi di luglio molto maggiore, e durò insino a settembre troppo grande nella città; e ancora nel contado di Firenze fu maggiore che nella città, però che in molti popoli morirono la metà delle persone che v'erano e in alquanti molti più che la metà; e molti cittadini ch'erano fuggiti in contado morirono; e fu questo grande numero; e molte castella rimasono mezzo vòte e molte famiglie disfece. E come fu fatta la festa di santo Giovanni, grande numero di buoni cittadini si fuggirono fuori della città e andaronne colle loro famiglie nel contado di Firenze in più ville e castella; e ancora n'andarono assai a Bologna, e molti ve ne moriro nondimeno; e chi andò ad Arezzo e anche assai ve ne morí; e cosí dove n'andarono ne morí in ogni luogo che fu in tutte le terre di Toscana. Era ancora la detta mortalità nel detto tempo grandissima a Roma, che fu tal di che volle settecento o ottocento corpi morti; ma la maggior parte romei ; e ancora fu la detta mortalità in molte terre d'Italia in questo tempo, dove grande e dove minore, però che allora n'era dove a Pisa, a Lucca, a Perugia e a Napoli e in tutto il paese; e ancora era in Lombardia dove grande e dove grandissima in molte città la detta mortalità. Li Fiorentini, veggendo la città vòta di buoni e ricchi cittadini, diliberarono di soldare insino in secento provigianati a guardia de la città e infino in settecento e cinquanta lance di soldati tra per di fuori e per dentro, e cosí feciono ; e aveano allora al soldo mille trecento soldati di fanti. E cosi perché li cittadini s'erano partiti, fu ordinata la città e 'l contado e distretto loro.  
Vidi copiam littere, quam populo tuo Pensauri scribis, vellemque quod monitis tuis parentes cuncti civitatem relinquerent. Forte sunt pauci adeo lucis prodigi, quod epimediam non curantes libenter menia que tu fugis et fugienda persuades occupabunt; et morientes, ut putas, illa sibi, sed a te vigilantissime custodirent  +
Partimi [Salviati] della detta Terra di Montepulciano adì 3. di Luglio 1400. Et perchè in Firenze era grandissima mortalità, et dicevasi, che ad Arezzo l'aria v'era sana, et eravi fugiti assai Fiorentini, per questa cagione non tornai a Firenze, ma rimasi in Arezzo con tutta la brigata mia, che io haveva condotta meco, et tutti ne gli condussi sani, et di buona voglia; ma giunto che io fui, parve, che io fussi maladetto con ogni avversità, et d'infermità, et di morte, che mentre che io vi fui, mai non si ristette, et più, che non che quegli, che io menai, ma essendo venuta di Firenze ad Arezzo quella mia venerabile madre Mona Contessa per aiutarmi, sentendo la mia famiglia inferma, piacque al nostro Signore Dio, che ella morisse, et chiamolla a se, a la cui anima Cristo benedetto habbia fatto ver perdono. […] et ancora vi morì un mio fanciullo, che hebbe nome Andrea, d'età di 9. anni, che Dio l'habbi benedetto, e fu seppellito in S. Francesco; et di tutta l'altra mia famiglia non vi fu niuno, che havesse (p. 184) difetto, salvo che io, lodato Dio. Spesivi tra spese della casa, et per l'infirmità, et per i mortorii grandissimo denaio. Stettivi da' dì 4. di Luglio infino a' dì 28. d'Agosto, et quel dì mi partì di là come abbandonato, e disperato, et tornai in Firenze col resto della mia famiglia, tra' quali ne menai dua mia figliuoli maschi, cioè Alamanno, et Bernardo infermi per modo, che mai non credetti si conducessero vivi; pure per grazia di Dio vi si condussero, e guarirono, et in questo tempo, che io stetti ad Arezzo, mi morirono quì in Firenze 2. mie fanciulle, che una have nome Lisa, che era d'età d'anni 7 1/2, e l'altra Margherita, d'età d'anni 5. in circa, et furono seppellite nella Badia di Firenze; che Dio l'habbia benedette, et ricevute.  +
Pestis crudelis Pistorium debacchatur, adeo quod michi gratissimum sit, quod ibi receptus non fueris, laudoque quod id quod patria tibi offert amplectaris. Nicolaus tuus vivit Pistorium, presentavit litteras et die sequenti peste correptus occobuit. [,,,] Arrigus et Philippus, graviter infirmati, Dei dono libertai sunt. Pestis hec in hac urbe et per totam Tusciam crudelissime nimis sevit.  +
Memoria, che del mese d'Ottobre 1400. essendo venuto allora in Firenze il Signore, che era allora di Cortona, che avea nome Guccio da Casale per cagione di suo boto a governare infermi di sua mano in S. Maria nuova, et dovevaci stare, secondo il boto, a questo servigio dì 30. essendo per addietro stato il più dissoluto huomo del mondo, e questo boto seguiva a ciò che Dio il salvassi della pestilenza, che allora cominciava a Cortona, et in Firenze era già quasi finita, et intervenendo che come piacque a Dio essendoci stato pochi dì a fare il detto servigio, si morì di pestilenza, et rimanendo Signori di Cortona doppo la morte di detto Ghuccio Francesco et Luigi da Casale fuoi Conforti, et a' quali apparteneva più la Signoria che a Ghuccio, et mostrando i detti Francesco, et Luigi dolore della morte di Ghuccio, ordinarono di farlo portare a Cortona, et di fargli molto grande honore;  +
[6909] …въ градѣ въ Смоленцѣ тогда крамола бысть, людiй посѣкоша много, и моръ на люди бысть.  +
In dem selven jar augusti, septembri, octobri stroven de lude sere in Colen an den brosen inde van boser hizen van inbinnen.  +
Anno 1402 fuit generalis processio cleri et populi cum venerabili sacramento propter epidemiam (Acta).  +
Jtem kom ut Hual einar Heriolfs son med flat skip er hann atti sialfur. kom þar ut j suo micil brada sott. at menn lagv daudir innan þriggia natta. Þar til er heitid uar þrimur lofmessvm med sæmeligv bæna halldi oc lios bruna. Jtem var lofad þurfostv fyrir kyndil messo. enn vatnfasta fyrir iol æuenliga. feingv sidan flestir skriptab mal adur enn lietust. Geck sotten um haustid fyrir sunnan land. med suo mickille ogn ad aleyddi bæi vida. enn folkid uar ecki sialfbiarga þat eptir lifde i morgum stodum. Sera Ali Svarthofda son deydi fyrst af kenne monnum um haustid. oc þar (!) brodir Grimur kirkiu prestur j Skalholti. sidan hver eptir annan heima presta. Sera Hoskulldur radsmadur a iola daginn sialfvann. Aleyddi þa þegar stadinn at lærdvm monnum oc leikvm. fyrir utan byskupinn sialfann oc ij leikmenn.  +
Istando le chose in questi termini ldio e lla sua madre Vergine Maria e ’l beato messere Santo Giovanni Batista. promissono, a cciò che tanto male non seguisse, che il Ducha malò di male pestilenziale. Uno giorno, disinando egli inn una sua terra dove era fuggito pe·lla mortalità ch’era a Milano, si sentì venire male; di che subito si volle partire e venne a un chastello si chiama Maringniano, di lungho dieci miglia da <Pavia>. E quelle dieci miglia chavalcò in fretta e in sulla nona, chon gran chaldo; e giunto in Maringniano, egli bevve più d’una metadella e mezo tra vino e aqua, chome quelli che ardea dentro ed erasi affannato nel chavalchare, e si puose giù e visse circha di sette dì: partì di questa vita a dì 3 di settenbre 1402.  +
Nach Cristi gebort tußent CCCCII jare, da wart eyn stern gesehen mit eyme langen czagile, das ein vorczeichen was eyns großen sterbens, das denne quam in deme andern jare dar nach.  +
Manndauda aar hid micla a Islandi. Obitus Pals abota j Uidey oc herra Þorsteins fra Helga følli. Obitus herra Runolfs af þyckua bæ. oc vi brædra. enn adrir vi lifdv eptir. Obitus Halldorv abbadisar j kirkiu bæ. ok vij systra. enn vi lifdv eptir. Vigd fru Gudrun abbadis Halldors dottir. Eyddi stadinn þria tima ad mannfolki suo at vm sidir miolkudv systurnar kv fenadinn þær er til uoru. oc kunnv flest allar lited til se, sen uar. er slikann stana hofdv alldri fyrri haft. kuomv þar til kirkiv halfur atte tugur hins siounda hundrads daudra manna. suo talid vard. enn sidan uard ecki reiknat fyrir mannfiolda sakir. suo deydi margt sidan. Jtem ed sama aar eyddi stadinn i þyckva bæ. þrysuar at mannfolki. svo ecki var eptir nema ij brædur. suo heima væri oc einn huskall stadarens. oc hann bar matenn fyrir þa oc þa til kvomv. Obitus herra Þorsteins abota at Helga felli oc Gisla Svartz sonar fra Reyk holum. Nonus Guttorms sonar j Huamme. oc Þordar undan Nupe. oc Pals Þorduars (!) sonar fra Eidvm austan oc Ceceliu Þorsteins dottur hans husfru.  +
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