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In deme sulven jare was grot stervent to Thorun in Prutzen unde in vele anderen steden. +
Item MCCCLXXIII fuit pestis et mortalitas similis pariter de loco in locum, ideo duravit per biennium ut usque ad finem MCCCLXXIIII, et fuit per hunc modum, quia moriebantur juvenes et senes, mares et foeminae, sed infantes seu pueri plus moriebantur, quia de infantibus et pueris pro certo non remansit de decem unus in Tridento, et sic alibi, quod auditum, itaque non inveniebatur pueri, qui servirent, de adultis dico, quod quando incipiebant infirmari pro majori parte perdebant memoriam, et transacta una die vel secunda recuperabant (p. 53) sensum, et aliqui convalescebant, postea subito moriebantur, neque poterant ordinare facta sua: aliqui vero nunquam convalescebant, et isti moriebantur cum magna discretione et devotione, loquela petendo indulgentiam et licentiam a circumstantibus, et dicta pestis fuit triplex: primo glandulae sub brachiis, vel in inguinibus; secundo carbunculi, tertio dormiae, et qui morituri erant non transibant quintum diem, sed quandoque prima, dico et sic successive usque ut supra. +
Anno 1373 Tridenti obierunt plurimi [...] visa est stella cometa. Item coelum ardens. +
Negli anni domini di 1373 a dì ** di luglio, si chominciò in Pisa la mortalità et bastò due anni et due mesi. Et sappiate che morirono fanciulli di 12 anni in giuso più di octanta per ciento, et morirono huomeni et donne grandi quantità assai. Et dappoi si fu grande charo, valze più di 3 fiorini lo staio di grano et si fu grande charo d'ongni biada +
Eo tempore fuit magna pestilencia Avinione, it ut pene omnes advene ibidem commorantes fugerent a curia, sic eciam papa et cardinales; et mortui sunt multi cardinales et circa 14. +
37. Questa Orsa, figliuola di me Luca, cavalieri, come piacque a Dio, al tempo della grande pistolenza, passò di questa vita, in Arezzo; ed è sepulta al luogo di frati Minori. E qui in Firenze morì a casa nostra Giancristofano suo marito, a dì .. Di luglio MCCCLXXIIII. […] <br /> <br />39. Nel MCCCLXXIIII, a dì 4 d'agosto, al tempo della grande pistolenza, s'ammalò la sopradetta madonna Felice, in Firenze ed era gravida di otto mesi; ebbe due gavoccioli, cioè da ogni lato, tralla coscia e'l corpo, uno; e fu sopellita colla creatura in corpo, in San Niccolò, in Firenze; e visse forse cinquantadue ore: Iddio la faccia verace perdono; e fu discreta e valente donna. […] Morì l'Orsa mia figliuola in Arezo, e Giancristofano suo marito, e cugino carnale di madonna Felice, venne d'Arezzo chioccio; e come fu stato in casa mia a Firenze tre dÌ, s'ammalò di questi gavocci; e forse cinquanto ore visse; e infra dieci dì la detta madonna Felice morì. Io era in Bologna, quando ebbi queste dolorose e spiacevoli e fortunevoli novelle; ed era a provvisione di Santa Chiesa, [p. 73] con isventure assai senza queste, di ch'io avea e oe turbazione, quanto cavaliere di Toscano: Iodato Iddio sempre. <br /> <br />40. Giovanni mio figliuolo, con quelle più onore che si potea, fece sopellire Giancristofano, in Firenze, al luogo di San Francesco; e nella malattia e nella sepultura si spese assai danari di nostri. Iddio faccia loro misercordia perpetuale per la sua gran benignità. Di .. di luglio 1374. +
E frall’altre si vide di lui questo: che pe·lla mortalità del 1374 , sendo fuggiti a Bolongnia tutta / (c. 44v) la famiglia rimasa di Giovanni e tutta la famiglia di Pagholo, insieme inn una chasa abitanti e a una ispesa chonchorenti a chomune, chome che chon vantaggio grande per que’ di Giovanni, nondimeno, tornando a quello ch’i’ vo’ dire, noi savamo chontinui tra uomini, donne, fanciulli e balie e fanti forestieri e chonpangnioni più di venti in famiglia. […] +
Negli anni Domini 1374 fu nella città di Firenze pestilenza † e grande; e chome dinanzi faciemmo memoria, Pagholo rendé l’anima a Dio in quest’anno, e noi fuggimmo a Bolongnia tutti, chome è scritto. +
Nell'anno 1374 secondo il corso degli anni, cominciandosi dalla Natività del Signore Giesù Cristo, fu calende di Gennaio in Domenica. Fu nel detto anno mortalità di gente, e grandissimo caro di grano, e d'ogni altra biada quasi per tutto il mondo; fu caro di carne, d'olio, e quasi d'ogni altro bene, ed anco il vino non fu vile. La Pasqua di Surresso fu a' dì due d'Aprile, e grandi guerre furono in detto anno. +
Item, l’an meteys, fo mortalitat en Montpellier et en diversas autras partz, la cal duret en Montpellier & entorn de Caremantran entro passada la festa de Sant Johan; perque los senhors cossols feron senchar am I fil lo mur de la vila, de la torre nova dessus lo Carme entro a la torre de la Babota, layssan lo mur de la vila que es "Quis quesivit hec de manibus vestris" devers la palissada ; am local fil feron atressi senchar tota la pallissada en que ac entorn XIXc canas per tot ; del cal fil am coton & cera feron far I rezench de cera del dich lonc & del gros del det, lo Montpellier a environ XIXc canes de torn.cal feron metre en Ia roda de fusta nova a l’autar de Nostra Dona de Taulas. Et aqui fo atuzat de lum novel senhat, e lo dich rezench fo senhat per cremar continuament al dich autar a honor de Dieu & de madona Sancta Maria, et per placar Nostre Senhor de la ira sieua, et per far cessar la dicha mortalitat, et que nos dones bona pas. local fo atuzat I digous que era XXVII jorns d’abril. +
Nel detto anno 1374 era fama d'una mortalità dell'usata pestilenza dello infiato dell'anguinaia, o sotto il ditello, e vivisene tre o quattro dì il più alto. Nel generale era stata in tutte le parti circunstanti d'intorno grandissima, bene che ove maggiore e minore; ma nel generale parve essere morto il terzo della gente, o delle bocche, nelle circunstanze. E molte favole e novelle se ne diceano, come di simili cose s'usa di parlare. Cominciò in Firenze di marzo, e a poco a poco seguito la cosa per modo che a settembre o ottobre quasi poco o nulla v'era della detta pestilenzia; e non fu niuna Terra in Toscana, ove del tanto meno gente morissero che in Firenze: perrochè morirono circa settemila bocche, che ve ne era a quel tempo sessanta milia, o più. Ma diessene ancora la utilità al fuggirla, ove era stata, perocchè la maggior parte' della gente con gli figluoli e mogli uscirono di Firenze, e andarono ad abitare in Terre. E niuno era, che avesse di che fare le spese, che non se ne andasse. Fecionsi molti ordini di non sonare campane, nè porro paghe, nè portare più che quattro torchi, e non vestire più ch'è figluoli di nero. Ancora feciono riformagione sopra [p. 290] a chi fuggìa, che se fosse tratto a ufici, fosse stracciato, se infra dieci dì non venisse all' uficio e coresse in pena di cinquecento lire, e poi avesse divieto agli altri ufici; e intorno a ciò assai cose feciero da non farne menzione; epperò taccio. +
[[File:1374-03-16-Alexandria.png|frameless|right|400px]]...<br />[[File:1374-03-16-Alexandria 3.png|frameless|right|400px]]...<br />[[File:1374-03-16-Alexandria 4.png|frameless|right|400px]]...<br />[[File:1374-03-16-Alexandria 2.png|frameless|right|400px]] +
[39] Io Bonacorso di Neri farò qui appresso ricordo dell'andare per lo mondo ch'io fatto di poi che io rimasi sanza padre che fu l'anno 1374 a dì 25 d'aprile che nostro padre morì, a cui Iddio perdoni. E, sendo egli morto, noi suoi figliuoli che ci trovammo otto insieme colla nostra madre per cagione (p. 11) che la mortalità era a Firenze, ci riducemmo a uno nostro luogo in Val di Pesa che si chiama il Corno, dove occorse che Giovanni nostro fratello si morì che era d'età di 27 anni e anche si morì in casa nostra in quelli pochi dì Niccolò di Cione nostro cugino e morti del segno della pestilenza. E, sendo ristata la mortalità a Firenze, ci ritornammo e trovando che monna Margherita madre del detto Niccolò avea vota la casa dove stavano e portata tutta loro masserizie e roba da vantaggio in casa una sua sirocchia […] +
Del mese di maggio anno preditto incominciò la morìa nella cità di Pisa, morendone alcuno per dì d'anguinaia, tincone, di soditelli, di faoni e d'alti sozzi mali. E poi di giugno cominciava a crescere, e facevasi per la cità dimolte precessione. E poi a dì 30 d'agosto, per comandamento dell'arcivescovo, si fece precissione generale cinque mattine, tenendo li fondachi serrati e digiunando, portando molte reliquie di santi et il sangue di sam Piero. E la ditta morìa durò per la cità e contado di Pisa sine a (p. 258) settembre anni Domini milletrecentosettantaicinque e molti ne morinno, de' cinque li quattro. E del mese di settembre restò altutto. +
Item da man schreip druzenhondert jar unde in dem vir unde sibenzigesten jare zu mittesomer da irhup sich ein wunderlich gedinge uf ertrich unde sunderlichen in Duschem lande uf dem Rine unde uf der Moseln, also daz Iude huben an zu danzen unde zu rasen, unde stunden i zwei gen ein unde danzeten uf einer stat einen halben dag, unde in dem danzen so filen si etwan dicke nider uf di erden unde lißen sich mit fußen dretten uf iren lip; da von namen si sich an, daz si genesen weren. Unde lifen von einer stat unde von einer kirchen zu der andern unde huben gelt von den Iuden, wo in daz sin mochte. Unde wart di dinge also vil, daz man zu Colne in der stat me dan funfhondert denzer fant. Unde fant man, daz cz duisserie was unde ketzerie, unde geschach umb geldes willen, daz ir endeiles! frauwen unde manne in unkuscheit mochten leben unde di vollen zu bringen. Unde fant man, daz zu Collen me dan hondert frauwen unde dinstmeide, di nit eliche manner enhatten, di worden in der danzerie alle kinde tragen. Unde wanne das si danzeten, so bonden unde knebelten si sich umb den lip hart zu, daz si deste geringer weren. Heruf sprechent endeiles meister, sunderlichen di guden arzide, daz endeiles worden danzen, di von heißer naturen waren, unde von anderen gebrechlichen naturlichen sachen, Danne der was wenig, den daz geschach. Di meister von der heiligen schrift di besworen der denzer endeiles, di meinten, daz si beseßen weren von dem bosen vigende. Also nam ez ein betrogen ende. Unde werte wol seszen wochen in disen landen oder in der maße. Auch namen di vurgenanten denzer, so manne so frauwen, sich ane, daz si kein rot gewant mochten gesehen. Unde was ez allez duisserie, unde ist ez vurbotschaft gewest Endecristes nach mime bedunken. +
Et demum, quod ad fugam pestis me ad lares tuos cum familia tam fraterne tamque amicabiliter invitas, mecum admiratus sum. Ubi enim fugiam a facie Dei mei? si enim hec pestis divina dispostione totum concutit genus mortalium sive, quod optem, sit talis peccatorum sive alia quecunque summi illius opificis ordinatio; et nostrum non est summum illud frustrare numen, cum ubicunque sit immensum et potens, quid iuvat inde fugere ubi tunc videtur servire sententia, cum, si condemnatus fuero, ubicunque me invenerit, iudicabit? Fallimur, arbitror, omnes, qui putamus Dei ista proculdubio opera indiscreto ictu quasi sagittas in vulgus iactari; illum afficit, seu medicinalis seu ultrix [p. 171] fuerit ista clades, quem percutiendum preordinaverit divina maiestas, que nec loco circunscribitur nec tempore, nec minus hic quam alibi cum voluerit operatur. Si enim, ut physici volunt, aeris foret ista corruptio, cur ubi furit ullum preterit omnino mortalium, quem etsi non extinguat, saltem non attingat? Vivimus omnes in aere isto corrupto, quem volunt physiologi, imo, ut verius loquar, fingilogi, fore venenum nec pudet eos diversitati complexionum ascribere, si quos viderint nullo modo, ceteris morientibus, egrotare; quasi in veneno possit humana complexio intemerata servari. Nescio tamen quo pacto quando in disputationem cum ipsis venitur et queritur: si aer iste, agitabilis et qui ventis continuo circunfertur, infectus est, cur in sola urbe, cur in uno vico, cur in cetera urbis parte, cur eadem in domo hi moriuntur, hi egrotant, hi penitus valent incolumes; et si hoc ascribitur etati, cur hec domos pueros perdit, illa iuvenes, ista senes decrepitos; altera mulieres preservat, altera viros; una superstitem habet maiorem natu, alia vero minorem? Denique fatentur rationem deficere, cum non valent omnibus respondere. Ceterum, ut ad preces tuas redeam, istuc me conaris allicere ubi tu ipse pestem confirmas propter advenarum confluentiam desevire. Credo tantus est ardor amici potiundi quod deceptus amore, tui ipsius immemor, periculi, quod istic imminet, es oblitus, et forte, quod evenire consuevit, ut longe minus presentia terraent quam ea que tumultuante fama percipimus, te rum commovit ut saltem de maiore ad minus periculum me vocares. Quicquid id fuit, gratias ago amicicie atque benignitati tue; ego florenti huic urbi, dum fata erunt, sive bellum sive fames sive pestis insultet, perpetuum inherebo.
Tunc eciam fuit Avinione pestilencia calorum innaturalium, unde multi perierunt. Item fuit ibi magna caristia. +
Tunc fuit pestilencia epidimiarum in Erffordia et in tota Thuringia. +
In dussem sulven jare was grot stervent hir in der stad und al umme und stunt to Magdeborch wol anderhalf jar, dat men to sunte Johanse nicht graven konde up den kerkhof, sunder men makede grote kulen [p. 268] to dem hilgen geiste, to unser vruwen, to sunte Pawele, to den barvoten, to sunte Augustine und to sunte Marien Magdalenen, dar men se in warp unde begrof. +
772. In deme sulven jare was grot pestilencie bi der zee in vele steden, sunderliken to deme Sunde unde to der Wismer. +
